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lunedì 3 giugno 2013

I Draghieri del Kindsgard


Premessa 
Finora non vi ho raccontato nulla dei Draghieri. Vorrei condividere con voi questo ritaglio d'ambientazione, creata da me e Pietro appositamente per Vilegis, perchè è l'esperienza di gioco più difficile che io abbia mai affrontato. Più difficile di Ri? Sì, cavolo. Più difficile di Tiky, assolutamente. Anche più difficile della Matriarca e della zingara Roxanne.
E' difficile rapportarsi agli altri con uno schema mentale che è paragonabile a quello della Marina americana...se i soldati fossero Robot.
Se vi interessa... Buona lettura!


Dagli annali dell'Artiglio di Fuoco


"Nel multiverso coesistono infiniti mondi, divisi dallo spazio di un respiro, diversi come il giorno dalla notte. Molti di questi mondi sono governati da entità onnipotenti chiamati Dei, potenze benevole che solitarie vegliano sull'operato delle loro creature più care. In altri ancora gli Dei sono molteplici come gli aspetti dell'esistenza, ed è grazie all'equilibrio tra di essi che la vita prospera. Altrove vi sono battaglie sanguinose, e lo scorrere del sangue è per loro olocausto, ma non è questo il caso.

All'inizio era Natura, l'unica Dea, indifferente e crudele.

Fu Natura a dare forma al Giardino, un luogo pericoloso ed ostile dove ghiacciai, deserti, abissi e giungle si stendevano come prova tangibile della Maestà della creatrice.
In esso le Fiere vivevano secondo le leggi di Natura.
E il Giardino prese forma con tutte le specie che lo abitavano, diverse per abitudini e ferocia: un luogo duro e crudele per le creature sue ospiti, da quelle piccole e velenose a quelle grandi e lente che non potevano abbandonare le valli di fuoco e le gole profonde a causa della loro mole.
All'interno di esso ogni creatura si struggeva in un'eterna lotta per primeggiare sulle altre specie e al contempo resistere alle asperità del Giardino stesso.

In questo luogo di sangue e terrore una specie aprì gli occhi e priva di ogni speranza si accorse di non poter sopravvivere alle Fiere del Giardino.
Ovunque essa cercasse rifugio era insidiata da creature munite di ali, pungiglioni, rostri, zanne e artigli, bestie corazzate o velenose che sputavano acido e fuoco.
Questa specie invece, che chiamò se stessa Uomo, si ritrovò nuda ed inerme, priva di ogni mezzo di sopravvivenza.

Molti di questi “Uomini” perirono all'interno del giardino, nell'indifferente e cruento fluire degli eventi.
I più fortunati tra di loro, nati nelle regioni più esterne e più lontane dal nucleo selvaggio e pulsante del creato sopravvissero migrando, fuggendo dal giardino e dai suoi predatori.
Sospinti fino alle infinite spiagge del mare esterno, il bordo ultimo della creazione, così lontano dalla pulsante montagna di fuoco che più nulla vi cresceva o viveva si resero infine conto che la loro intera specie non sarebbe riuscita a sopravvivere.

In quel momento il Giardino dominò tutte le terre.

Decimati, messi con le spalle al muro in una terra mortalmente sterile per quanto sicura, gli Uomini si trovarono ancora una volta privi di tutto.
Ogni giorno l'Uomo doveva far fronte al Bisogno. Di un rifugio, di calore, cibo e protezione.
Bisogno di acqua, di terra che potesse dar frutti e di fuoco. Annaspava nel suo piccolo spazio, faticando per respirare, per vivere.
Fu in quel momento che l'unica qualità che l'Uomo aveva ricevuto si palesò ai suoi occhi.
L'Espediente, la capacità che aveva permesso all'Uomo di sopravvivere fino a quel momento ottenendo poco dal nulla si incontrò con il Bisogno, unico fulcro della sua esistenza.

L'Uomo erse quindi il Bisogno a suo baluardo e con la viva fiamma dell'Espediente riforgiò i suoi artigli e ottenne per sé stesso gli Eroi.

All'inizio fu Dominic, che prese per sé il nome di Draco, il primo Draghiere di Kindsgard.
Quando l'immenso ruggito si levò dalle giungle del Bordo, per centinaia di leghe le Fiere fuggirono terrorizzate. Per la prima volta un Drago, supremo sovrano del Giardino, era stato abbattuto.
Dominic aveva donato al genere umano un secondo Dio, la Fierezza, e già dai quattro angoli del Giardino si avevano notizie della nascita di nuovi Draghieri.
"

102° anno all'ombra dell'Anello

Così narrano gli Annali, scritti da qualcuno al tempo in cui eravamo ancora pochi.

Solo nel primo decennio avevamo riconquistato il Bordo, le sue spiagge e le pianure miti. Al volgere della prima generazione attaccammo la giungla e ne conquistammo le insidie. Nel primo secolo dalla nascita di Dominic Draco, i Draghieri del Sud avevano preso il controllo delle montagne di Lava, e ad Occidente centinaia di leghe dalle coste del Mare Interno erano state messe in sicurezza per la navigazione e il commercio.

Ad oggi buona metà di quello che fu il primo Giardino è stato consegnato alla specie che ci diede i natali, e i sovrani degli Uomini regnano sulle terre che abbiamo liberato per loro. Per oltre un secolo abbiamo affilato i nostri Artigli sull'Anello di Fuoco, il confine posto da Draco nel luogo in cui la forza selvaggia del nucleo rigenera più velocemente del tempo necessario a contenerla. Per questo stesso secolo abbiamo atteso il ritorno del Primo Draghiere, partito con i più antichi di noi verso la Maestà, la montagna che domina il creato dal centro esatto del Giardino.

Ora una nuova prospettiva è giunta alla nostra conoscenza. Altri Giardini esistono a un soffio da questo creato e sono popolati da forze oscure e sconosciute Fiere che possiamo soltanto immaginare. Al confine con essi una strettoia, un luogo simile al nostro Anello di Fuoco che viene chiamato Vilegis. Sebbene con la nostra avanzata pare si sia arrestata anche la nascita di nuovi Draghieri, non possiamo ignorare l'apertura di questo nuovo fronte. Pertanto ad ogni Artiglio è stata diffusa la chiamata. Draghieri monteranno la guardia oltre i confini del creato, sull'Anello di Fuoco chiamato Vilegis.

In Fierezza,
Syrus Salamander
IV Salamandra dei Draghieri del Kindsgard

giovedì 20 ottobre 2011

Nubifragio a Roma

20 Ottobre 2011
Stamattina mi sono svegliata verso le 6.30 con la pioggia. Il primo pensiero è stato "Bello! Niente passeggiata col cane!" E mi sono rimessa a dormire serena. Solo per svegliarmi una mezz'ora dopo a causa del tuoni spaventosi uno dietro l'altro. Al che abbiamo appurato che non solo tutti i panni stesi fuori in balcone erano irrimediabilmente persi, ma che nemmeno ci si poteva fare niente, a meno di non uscire con la muta da sub. Quando poi ho attivato i neuroni, verso le 9.00, ho scoperto che in realtà era successo un casino. Non ho acceso la TV, la rete è bastata.

Stamattina Roma ha subito un nubifragio come non se ne vedevano da anni. Guardate le foto. A sinistra il Colosseo. Incredibile, eh? Altro che Nauromachie, qui servono i gommoni per andarsene in giro. Da notare la luce: il sole doveva ancora sorgere e già si era a quelle condizioni.

Più in basso Largo Preneste, rinominato da un burlone sulla rete "LAGO Preneste".
La foto si commenta da sé.

Vi racconto la testimonianza che ho avuto io? Beh, vi dico solo che mia madre ha dovuto gettar via un paio di scarpe e un paio di jeans.
"Stamattina eravamo dentro un bar con 25cm d'acqua, e la serranda era chiusa. Non sapevamo come fare ed eravamo tutti zuppi. Uno schifo."
Al che la domanda sorge spontanea: ma che ci facevi chiusa in un bar?
"Per ripararmi! Di fuori non si poteva camminare!"
Tutto questo succedeva tra le 7.00 e le 11.00, quando sia lei che mio zio sono riusciti ad arrivare sul posto di lavoro senza annegare.

Che la situazione sia critica, nessuno lo mette in dubbio. Ma guardate questo video: forse capirete qual'è stata la reale entità del nubifragio.

http://tv.repubblica.it/edizione/roma/la-metro-b-in-tilt-binari-allagati-a-piramide/78719?video

L'unica fortuna che ho avuto è stata quella di non avere commissioni, stamattina. Ma la maggior parte dei lavoratori della Capitale non sono stati fortunati quanto me.
A presto aggiornamenti sullo stato di calamità naturale, si spera. E si spera anche che nel 2011 queste cose non debbano più accadere... soprattutto non nella città che dovrebbe rappresentare l'Italia all'estero!

sabato 20 agosto 2011

Diario delle mie vacanze : ottavo giorno (14 Agosto)


È già passata una settimana? Mamma mia... qui il tempo vola, per la prima volta dopo 23 anni! Sarà il divertimento! Stasera rientro a casa verso l'1.30. Perché? Si giocava a “Si, Oscuro Signore!”, come da tradizione Phyrosiana.
Disse Volcast: “Se tre di voi si riuniscono nel mio nome, allora Laurelfin sarà l'Oscuro Signore!”
Dopo i biscottini, ovviamente. I famosi Brutti ma Buoni, biscotti meravigliosi ma 'a sorpresa'. Infatti se ti rompi un dente beccando la coccia di nocchia, è una vera sorpresa!

La partita è cominciata sotto i migliori auspici. Ci siamo dovuti trasferire al parco perché al Campeggio non esiste un punto luce provvisto di tavolo che non appartenga a qualcuno (che ovviamente non eravamo noi). Chiedere in prestito un tavolo per giocare a S.O.S. è poco indicato, quando c'è troppa gente intorno. Certo, la gente ormai mi conosce... ma alcuni di noi hanno ancora una dignità, agli occhi dei frequentatori abituali del Camping.

Bisogna dire che stavolta i nostri cari... o meglio, 'preziosi-in-quanto-sacrificabili' goblin hanno avuto del genio. Per risparmiarsi dalla morte certa Pav si è offerta addirittura di andare a fare amicizia con gente a caso nel parco in cui stavamo giocando... presentandosi come goblin. “Brava. Adesso spiega ai signori qui perché non vali niente...” peccato che i signori in questione fossero ragazzetti del campeggio... e che quindi tutta la nostra riservatezza è andata a quel paese!

Menzione speciale della partita: a Giuseppe/Axel, il goblin che cambiava idea a seconda dei suggerimenti dell'Oscuro Signore. “Mio Signore, vorrei aggiungere un particolare fondamentale.” “Sei sicuro?” “No, direi che posso anche farlo DOPO...”.

L'Oscuro Signore, a dire il vero, era un po' affaticato dal cibo. Gli spiedini miracolosi di Angela (“Dopo me le lavo, le mani!”), che vedete nelle foto, sono stati veramente un'esagerazione: alcuni, ve lo giuro, sapevano di Big Tasty. Saranno state le cipolle o i pomodori, ma tant'è che erano una meraviglia.

Nel frattempo eravamo circondati dai cani: il caro Sponky (si chiama Sponky, vero?) ha decretato che mia madre era di sua proprietà facendo la pipì sui suoi pantaloni e Penny ha passato la serata a dissotterrare braciole di maiale per poi sgranocchiarle sotto i piedi di nonno.

Dopo tutto ciò, vi saluto!
Buone vacanze!

venerdì 19 agosto 2011

Diario delle mie vacanze : settimo giorno (13 Agosto)

E il settimo giorno... le cascate di Bivongi!
Finalmente abbiamo un vero e proprio servizio fotografico, che in tutta la vacanza mancava proprio. Giornata idilliaca (non ditelo al povero Giuseppe) in mezzo ai monti e alle cascate, di cui abbiamo risalito il corso fin quasi alla vetta, arrampicandoci come giovani stambecchi anche là dove pensavamo che non si arrivasse.
La valorosa compagnia di eroi era composta da due locali (Paola e Cosimo), due modenesi in vacanza (Zack e Red, una specie di incrocio tra Zack e Cody e Red e Toby), una trapiantata che in ventitré anni di frequentazione non era mai stata sul luogo (me medesima) e due Phyrosiani (Axel e Kaede) che continuavano a credere di vedere, prima o poi, il vulcano.

Finalmente una gita in mezzo ai sentieri che non coinvolgesse la preoccupazione per la vita altrui. Certo, la deformazione professionale c'è, ma c'è anche un pizzico di spericolatezza in più, che una volta ogni tanto non fa male.
Ovviamente tanta, tanta nostalgia per le camminate in compagnia... non è la stessa cosa senza nessuno che mi chiami 'Steven'.

Panini ricchi di maionese e merendine a go-go, con 'Animal Instinct' come colonna sonora, hanno reso la passeggiata ancora più familiare, mentre io sono diventata 'la Biologa' quando ho dichiarato interesse per delle particolari radici rosse che, come vedrete nelle foto, erano bagnate dalle acque della cascata.
Se poi aggiungiamo alle emozioni della giornata le ciclopiche reti per arrampicarsi e il bagno-shock nell'acqua gelida (“Oddio! Non mi sento più i piedi!”) comprenderete perché i tre pupi accampati in tenda sui sassi, che la notte precedente avevano dormito un totale di 15 minuti in spiaggia e circa 3 ore – appunto – sui sassi, fossero letteralmente cotti entro la mezzanotte dopo aver rischiato tutti quanti il ricovero per congestione e assideramento, che in Agosto è un bel record.

E dopo il ritorno a casa la grande scoperta: la connessione che stavo rubando è scomparsa improvvisamente, presumo a causa del rientro dalle vacanze dei proprietari. Peccato. Leggerete queste parole al mio rientro, con tre giorni di fuso orario. Peggio per voi.

Menzione speciale: alla Jeep nera che ci ha sballottati mescolando un po' i neuroni a caso a forza di capocciate e al lettino da mare di zio Maui, scomparso anche lui misteriosamente durante la notte.

Con ciò vi saluto!
Buone vacanze!

sabato 13 agosto 2011

Diario delle mie vacanze : sesto giorno (12 Agosto)

Finalmente siamo in piena attività.
Da stamattina ho ripreso la consuetudine della seconda colazione, tradizionalmente racimolata per caso in giro per il campeggio. Poi mi dicono che ingrasso. Oro saiwa offerti da Augusto con la marmellata fatta da Emy e caffè appena fatto da Umberto. Quando anche Rita mi ha offerto il caffè (sarebbe stato il terzo ed erano ancora le nove) ho stabilito che era il momento giusto per andare in spiaggia.

Mattinata passata con Alessia e Lorenza a spettegolare in acqua, abbastanza lontane perché i bambini non ci raggiungessero. Flaminia ha dato il meglio di sé contando fino a cento: “... cinquantotto, cinquantanove... trenta.” “NO! Siamo a Sessanta! Non ti distrarre!”. Eravamo senza fiato per il ridere. E come si fermano, sempre tradizionalmente, i bambini che parlano troppo? “Bambino/a, perché non vai un po' in spiaggia a raccogliere cinquecento sassolini bianchi?” Riadattando la battuta sfruttando l'abilità della bambina nel contare fino a cento, siamo rimaste di sasso quando ci ha chiesto prima dove avrebbe dovuto metterli... e poi di contarli. Non mi era mai successo in ventitré anni di frequentazione, ma vi giuro che me li ha portati.

Quella bambina, comunque, ha del talento. Mai visto nessuno giocare al gioco del silenzio con tanto impegno. E non voleva che smettessimo! Lì siamo stati stupidi noi a dirle che poteva ricominciare a parlare.

Nel pomeriggio, oltre al tentativo di Paola di lanciarsi sotto al treno (che potete ammirare nelle foto), sopravvissuta a un paio di bambini che volevano affogarmi, sono riuscita a fare due chiacchiere con i due Phyrosiani che hanno fatto la conoscenza del campeggio di Monasterace: Giuseppe/Axel e Ilaria/Kaede. Ormai il campeggio sta diventando la residenza estiva di Phyrosia, il che non è un male: la follia si rinnova e si rigenera.
Abbiamo avuto una discussione con i picchetti della tenda, ma alla fine siamo riusciti a scamparla (della tenda avrete le foto domani, stavo ridendo troppo per avere la prontezza di scattarne...).

La cosa davvero assurda è che nonostante io mi sia sempre lamentata della noia di questo posto, ormai le storie che ho da raccontare sfiorano l'inverosimile! Il Campeggio mi ha vista crescere e diventare via via più pazza. E non pazza come la intendono qui. Pazza davvero.
Da citare la battuta di Raffaella ieri: “Stefy, la cosa che mi preoccupa è che tu conosca quel gioco. Non ci giocheresti mai, vero?” Parlando del 'Bang' degli Scout. Siamo stati tutti prudentemente in silenzio.

Stasera cena con le rispettive famiglie... quindi la sessione vera e propria di follia è rimandata a domani. Avrete presto notizie!

Buone vacanze!

giovedì 11 agosto 2011

Diario delle mie vacanze : quinto giorno (11 Agosto)

Ho appurato che i diari li devo scrivere al rientro, in piena notte, dato che la sera è sempre ricca di avvenimenti. Oddio. Mo' ricca è un parolone, però ci avviciniamo alla cosa.
Ieri ad esempio ci siamo persi il passaggio della banda del paese, non si è ben capito per quale occasione. Andavano di corsa, quindi nella foto che vedrete sono già di spalle (tempo di raggiungere il cellulare e scattare una foto dal balcone). Non ho nemmeno riconosciuto il motivo che stavano suonando. Qualcosa di Calabrese, sicuro.

Stasera farò comunque un'eccezione, perché dopo aver giocato per tutto il giorno a riacchiappare al volo i bambini trascinati in giro dai cavalloni alti un paio di metri, sono un po' stanca anche per arrivare al bar a mangiare un gelato.

Ieri ci eravamo preparati con tante belle speranze alla serata di S. Lorenzo. Ovviamente tutti i programmi sono andati in fumo. Un falò è stato fatto, ma apparteneva agli scout romani (dei Parioli) ospiti del Campeggio. Sono stata a debita distanza dalle chitarre prima che mi venisse voglia di mettermi a cantare col magone per la nostalgia dei miei pargoli. In compenso mi sono fatta aggiornare su tre anni di vita sentimentale di Alessia, che non vedevo dal 2008.

Nel frattempo, niente stelle. Nemmeno una. Il S. Lorenzo più freddo e nuvoloso che io ricordi da... sempre. Abbiamo dovuto abbandonare la spiaggia perché il mare si stava portando via gli ombrelloni e il vento ci voleva alzare con tutto il telo su cui eravamo sedute. In compenso ho fatto la dormita migliore da quando sono qui: mi sono svegliata per il freddo alle 6.00 giusto per prendere la coperta. Dopodiché sono tornata a sognare sparatorie e vampiri. Tutto nella norma, quindi.

Oltre agli scout, oggi sono approdate al campeggio altre due famiglie di romani. Una delle due è quella di Augusto, che proprio nel 2008, quando sono venuta qui con la combriccola di idioti dei miei amici, si è avvicinato al tavolo su cui ci riunivamo tutte le sere per giocare di ruolo (nello specifico toccava a me e stavo narrando Werewolf) e ha chiesto con tutta la grazia del mondo: “A Stefa', te posso fa' 'na domanda? Ma che cazzo state a fa' tutte le sere?”. Aivoglia a spiegare...
Poi oggi nel giro di mezz'ora ho scoperto che la storica piccolina del campeggio sta preparando i test d'ingresso all'università, e mi sono resa conto, oltre all'incipiente vecchiaia, che mia sorella ha avuto una pessima influenza su tutte le bambine che sono cresciute con noi.
Il clima, quindi, tra ragazze che si fregano i ragazzi e ragazzi che si fregano le ragazze, si sta animando sempre di più, in attesa di Ferragosto.

E tornando a casa l'ennesima sorpresa: il cavallo davanti alla chiesa, pronto per il matrimonio. È assurdo che in un paesino che è grande la metà del mio quartiere ci sia, ad Agosto, un matrimonio al giorno. Con tanto di cavalli! Poveracci gli invitati che magari volevano godersi le vacanze e che invece devono venire al caldo per sorbirsi il matrimonio del parente di turno.

In tutto ciò una buona notizia: l'edicola del paese in cui di solito mi rifornivo per le uscite di Agosto ha nello scaffale dei manga solo il n°9 della nuova edizione di Sailor Moon, due tre numeri a caso tra l'1 e il 75 di Naruto e un paio di terzi volumi di serie sconosciute. Questa sì che si chiama fortuna. Dovrò accontentarmi del fedele Dailan. Grazie, signor Sclavi.

Buone vacanze!

Diario delle mie vacanze : S. Lorenzo

Ho saputo da fonti certe che stasera ci sarà un falò sulla spiaggia.
Sono attesa in qualità di intrattenitrice, per raccontare un paio di storie ai bambini. Nello specifico parliamo di una quindicina di ragazzini di provenienza ed età mista (tra gli 8 e i 20 anni, da Torino a Napoli) che evidentemente non vogliono dormire, stanotte. Ernesto (Napoli, appena diplomato) è convinto che la casa che abbiamo preso in affitto sia stregata. Quando mi sono offerta di spiegargli com'è fatta una casa stregata davvero ha ringraziato e si è dichiarato totalmente disinteressato.
Credo di aver esagerato con lui, quando era piccolo.

Dovete sapere che il Camping Punta Stilo ha avuto una vera e propria altra vita attraverso le mie storie. Dalla bambina non troppo viva che abitava oltre la finestrella del piano di sopra alla ciurma sgangherata del Pedalò n°2 (con il Capitano Alexandra, Ppurpitiello Slayer e Roxy il pappagallo di bordo), credo che la mia fantasia si sia alimentata per la maggior parte della salsedine calabrese, condita dalle mirabolanti panzane partenopee e dalle leggende dell'antica Kaulon, come quella dei draghi di Ferragosto.

L'estate senza niente da fare quando ero piccola era quasi peggiore di quanto non lo sia ora. Da piccola non avevo una tastiera davanti. Disegnavo un sacco, però. Leggevo tantissimo e mi nutrivo di fumetti ancor più che della mia frutta preferita: le Merendelle (una specie di piccole pesche noci, non abbiamo mai capito cosa fossero...).
Per questo trovavo passatempi variegati. Dalle battaglie con spade fatte di palloncini alla costruzione del nuovo sentiero di acciottolato (trasportato direttamente dalla riva nei secchielli dei bambini mentre io facevo da direttore del cantiere) per non sporcarsi i piedi, passando per lezioni di verticale con rovesciata durante le quali ho rischiato di uccidere un sacco di bambini. La cosa che tutte quelle estati avevano incomune, e qui arriviamo al punto odierno, erano le stelle.

Ho passato un sacco di serate estive, un sacco di 10 Agosto, stesa su un asciugamano, in spiaggia, a guardare le stelle. aspettando una stella cadente che mi permettesse di esprimere un desiderio. E popi una non bastava, perchè metti che abbia già esaudito il desiderio di qualcun altro? Quanti nomi ho ripetuto per tre volte, velocissima, guardando cadere una stella, sbattendo velocemente le palpebre umide per non perderla di vista? In realtà non moltissimi. Poi è arrivato un anno in cui ho guardato il cielo e mi sono detta 'Stefy. E adesso cosa dovresti desiderare?'.
E anche quest'anno mi chiedo: cosa dovrei desiderare? Forse è arrivato il momento giusto per cominciare a desiderare per gli altri. Io ho avuto un sacco... non solo dalle stelle. Soprattutto da me stessa, direi. E adesso non posso che desiderare di continuare ad aiutare chi mi sta a cuore.

Ma a prescindere dai miei desideri, vi auguro vivamente di trovare il vostro desiderio e di perseguirlo con tutto l'ardore di cui siete capaci.

Buon S. Lorenzo!

mercoledì 10 agosto 2011

Diario delle mie vacanze: terzo giorno (9 Agosto 2011)


Al terzo giorno finalmente ho rivisto l'amica di sempre.
Ma prima è meglio fare un riassunto dei pezzi che mancano. La cena di ieri sera (il ristorante al posto del teatro, vabbè... la mia missione è fallita miseramente) è stata... come dire... per amanti degli animali. Diciamo solo che Penny non era la bestia più grossa in giro. E non aggiungo altro.
Stamattina invece, non si è capito bene perché, ma a un certo punto un materassino gonfiabile era diventato una specie di asilo galleggiante. Con mio padre stavamo pensando di chiedere una quota ai genitori di tutti quei bambini, visto che i loro figli passano più tempo con noi che con loro.
Io, invece, ho scoperto che la crema solare che ho comprato con Pit l'anno scorso è una specie di arma atomica: mi è rimasta appiccicata addosso per tutto il giorno combattendo con l'acqua marina fino allo strenuo. C'è voluto il bagnoschiuma per toglierla via.

Ultimo appunto alla mattinata in spiaggia: leggere 'Neverwhere' (Nessun Dove) di Neil Gaiman a una bambina di 6 anni può friggere il cervello. A me, non alla bambina. Quella che doveva stare attenta a saltare i pezzi giusti ero io. Comunque i bambini di oggi vengono cresciuti in modo strano. Perché un bambino dovrebbe chiedere: “Ma Londra Sotto esiste davvero?” Santo cielo, ma è come chiedere se l'Isolachenonc'è esiste davvero. Certo che esiste! Ma tu non puoi vederla, quindi non ci crederai mai. Ma da qualche parte noi (noi grandi) vorremmo che ci fosse. Perché i bambini non desiderano più il mondo delle favole? È un grosso problema psicopedagogico, secondo me...

Ma lasciando da parte la cultura: ho rivisto Paola. Allora. A prescindere dallo shock di raccontarsi 8 mesi tutti in un solo pomeriggio-serata, c'è da dire che i miei ci hanno visto giusto ad 'adottarla'. Quando stai ascoltando i Queen (e cantando a squarciagola tutti insieme in macchina) e ti rendi conto che confrontando le playlist sono uguali, dai Queen agli Iron Maiden, passando per i Cranberries, Michael Bublé e i Nightwish... beh, ti rendi conto che davvero è una sorella mancata. Tantopiù che i cognomi sono così simili: Ricco – Rizzo... di sicuro un errore all'anagrafe!
E la cosa più probabile è che Salvatore sia il fratello segreto di mio padre!

Programma per i prossimi giorni? Dall'arrivo di altri due Phyrosiani in quel di Monasterace Marina (dopo il passaggio di parte dei fondatori) alla sfilata organizzata da Enzo Pistininzi per il giorno di Ferragosto, penso proprio che ci sarà da ridere... e anche parecchio!

Menzione speciale ad Ambra: il suo tempismo nel confermare le mie parole sulla spiaggia è stato davvero epico. Ma non ci si può aspettare niente di meno dalla mia sorellina!

Dopo una serata a guardare le stelle vi saluto! Domani tappa dall'oculista per vedere che diavolo è successo al mio occhio destro, che fa davvero, ma davvero male!

Buone vacanze!

lunedì 8 agosto 2011

Diario delle mie vacanze: secondo giorno (8 Agosto 2011)


Secondo giorno.
Il color aragosta della mia pelle dovrebbe suggerire che oggi è stata una giornata completa di mare, ma voi non potete vederlo, quindi ecco la notizia: a seconda della capacità di reagire del mio corpo domani mi ritroverò come Fiona May o Freddy Krueger. Scesa in spiaggia alle 9.30, sono tornata a casa giusto per pranzo. Il lettore MP3 ha retto il colpo, facendomi compagnia fino all'ultimo, e la mezz'ora spesa ieri per aggiornare la playlist e gli album è stata fruttuosa: qualche giorno fa si parlava di vecchie canzoni, così ho ritirato fuori il vecchio 'Best of Blue', album dei Blue del 2004. Nel 2004 avevo appena conosciuto i ragazzi, e in quell'estate mi sentivo incastrata quaggiù perchè non potevo andare ad Adunanza con tutti i Sorciverdi. Bella estate, quella:l'ultima della mia infanzia coi miei, probabilmente. Avevo 15anni. Bellissimo ritrovare lo stesso spirito oggi in spiaggia, con 'One Love', 'U Make me Wanna' e 'Signed, Sealed, Delivered I'm yours': una ventata di ricordi perfetta per questo periodo.

Ma bando alle ciance. La musica è cambiata, ma non la solita solfa. Ore 9.30, faccio due passi in mare e il piccolo Gabriele (8 anni, Napoli, passato alla storia per il suo animale mitologico: il 'Caccapallo') ha la bella idea di venire a schizzarmi, fomentando così anche i due amichetti appena conosciuti. Di lì a poco riesco a sedarli e cominciano le presentazioni. Eravamo ancora ai nomi quando parte la domanda spontanea: “Ma che tu sei una maestra?”.
Ma dico, ho proprio la faccia da maestrina bacchettona? Ci è voluto un quarto d'ora per convincerli che no, non sono una maestra. E comunque continuano a chiamarmi 'quattr'occhi'. Ma io non porto gli occhiali!

Invece il soprannome ufficiale sembra essere diventato 'Nana'. Non per il fumetto. Ma perchè tutti i bambini che tiravo su in braccio fino a 3-4 anni fa adesso mi superano in altezza di almeno tutta la testa. Questa è meritata. Come dice Roby, però, nella botte piccola... c'è poco vino: ma quant'è buono!

Menzione speciale al pranzo: il nonsense regna e si sta affinando sempre di più. Oggi abbiamo fatto ridere mio nonno fin quasi a farlo strozzare facendo i giocolieri con quei 2-3 neuroni che ci sono avanzati, allietando il pasto con grandi successi quali 'Un buon non-compleanno', 'Ho tante noci di cocco splendide' e 'Novantanove scimmie'.

E adesso la missione speciale: convincere qualcuno ad accompagnarmi a vedere 'Cassandra' giù alle rovine di Kaulos. Ce la farà la nostra eroina? Incrociate le dita per me! In alternativa mi toccherà la classica serata a sparare a zero su mio zio, in campeggio. Che sarebbe anche divertente, se non fosse un passatempo in cui indulgo da quando sono capace di parlare. Ormai quello che dovevo dire l'ho detto, mi pare. E posso aggiungere solo, saltuariamente, qualche comodo 'Io ve l'avevo detto'. Il mio marchio di fabbrica!

Oggi vi saluto in anticipo, ma aspettate news!
Buone vacanze!

Diario delle mie vacanze: primo giorno (7 Agosto 2011)

Bene.
Ispirata dall'idea di Gianni di un diario del Campo Estivo (che vi invito ad andare a leggere) ho deciso che in onore del ritrovamento di un collegamento alla rete clandestino scriverò un diario delle mie vacanze, per evitare le mille telefonate di 'ciao, come va la vacanza?'.
Allora, eccoci qua al Primo Giorno.

Monasterace Marina è sempre la stessa. Con più spiaggia, quest'anno, anche di quella dei miei ricordi di bambina. Vi spiego meglio: dovete sapere che qui, a pochi Km da Riace (si, quella dei Bronzi) il mare va e viene, e la spiaggia ogni anno è una scommessa. Due anni fa sono venuta nello stesso posto, stesso angolo sperduto di mondo, e tra la rupe (altura? quello che è...) su cui si trova il Camping Punta Stilo e il mare c'erano 3m di sassolini nel punto più largo, cosa che ha fatto alterare un poco i miei amici. Simone, alto com'è, quasi non c'entrava per prendere il sole.

Quest'anno invece abbiamo una buona 30ina di metri di spiaggia. Quella che mi ricordo io, che si appiccica alla pelle finché non ti asciughi al sole e che poi si toglie con una manata. Poi c'è quel 5 metri di bagnasciuga del dolore, inventato sicuramente da qualche Carnefice in vacanza, il che spiega un sacco di cose su di me. Insomma, tutti sassi di diverse misure, che si infilano ovunque e sotto i piedi sono una vera tortura, soprattutto quando sei impegnata a inseguire i bambini che rischiano di andarsene a Guardavalle con la corrente.


In compenso quest'anno siamo in un appartamentino sulla Statale Jonica: 'sulla' nel senso che a parte il marciapiede non c'è niente tra me e le macchine, il che non è così comodo. Un po' come cercare di dormire su una panchina di una stazione ferroviaria all'ora di punta. Perché qui le macchine sono in giro a palla tutta la notte, visto che la Statale è l'unica strada che collega questa decina di paesini altrimenti sperduti nel Nulla.
Morale della favola: mia nonna è scioccata perché avendo passato tutta la giornata al sole ho già la schiena nera, ho scoperto che il prete di qui è un pazzoide, ma un pazzoide efficace (si, sono stata a Messa...sapete, sono Cristiana anche quando sto in vacanza...), i bambini sono la mia maledizione personale...e in tutto ciò ho mangiato la prima Brioche da Minnici. Questa sì che è vacanza.
Adesso aspettiamo Martedì che arrivi la ciambellana della vecchia Laurelfin per avere un po' di news!

Dalla postazione sul lettino di fianco alla Statale vi saluto! Buone vacanze!
(L'album completo delle foto lo trovate sul mio profilo di Facebook!)

martedì 12 aprile 2011

Sola fides sufficit (Cadeau da Ri)

Sola Fides Sufficit


di Ri Sorcioverde,
Diacono del Conclave delle Dodici Chiese,
Umile servitrice e portatrice del Tomo di Rahs

In nomine Rahs


Non parlerò di Teologia. Non parlerò di Storia. Non parlerò di Dottrina.
Parlerò dell’unica cosa capace di salvare l’animo umano.
La Fede.”

Ri

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Solitudine

“…se penso a tutti i miei allievi non posso che avere pietà per quelle povere anime fuggiasche in pena, tutto sarà a loro privato nell’era delle menzogne, persino l’amore dei loro dei.”

Maestro Dimitrios da Hildebrand
Sacerdote di Lhyra


Quando la strada è troppo buia o fiamme atroci accecano lo sguardo. Quando la speranza è l’ultima cosa a cui aggrapparsi ma è molto lontana e la disperazione si fa più vicina. Quando corrono tempi oscuri e quando l’Oscurità è bandita dai regni illuminati. Quando il dolore diventa insostenibile e quando la guarigione lenisce anche le ferite dei malvagi. Quando conservare la vita significa rinunciare alla propria. Quando è il sangue a bagnare l’argento dell’ordine e quando il Caos richiede il sacrificio di anime vicine. Quando l’Equilibrio si spezza e la Bilancia pende miseramente e i Dodici sembrano così lontani.

Ci sono sempre momenti, nella vita di ognuno, nel mondo intero, in cui è particolarmente difficile scegliere, trovare una Via, quella esatta. Ci sono momenti in cui anche ciò che è giusto appare crudele e certe scelte si vorrebbe evitare di farle. Ci sono momenti in cui l’amore, l’odio, la ragione non contano. Ci sono momenti in cui la scelta è in qualcosa di superiore a tutto questo.
E ci sono momenti in cui si deve scegliere. Momenti in cui non ci si può tirare indietro.
Ci sono momenti in cui gli Dei sembrano lontani dalle scelte che si sono fatte, quando il prezzo della propria scelta è troppo alto da pagare.
Ci sono momenti in cui tutto dev’essere perso, per guadagnare il Loro amore.

In ognuno di questi momenti le persone hanno la possibilità di riuscire, di tentare, di sbagliare, anche. Promesse, debiti, penitenze. Tutto ciò aspetta solo di essere compiuto dalle mani degli uomini. Tutto ciò è stato forse predisposto sul nostro cammino, come delle prove da superare. La nostra stessa vita potrebbe essere paragonata ad un’ordalia che ci porterà inevitabilmente al giudizio del Sommo. E dopo di Lui al futuro che ci attende, vicino agli Dei cui abbiamo dedicato il nostro cammino.

Ma ci sono anche cose che accadono e che richiedono più che la determinazione di vivere.

C’è una realtà che va accettata. I Nostri Signori non possono vedere ciò che non conoscono. I Dodici Signori non possono vedere il Nulla. Paragonarlo ad una maschera è quanto di più vicino alla realtà possiamo fare. Come una maschera è stato creato. Esso storpia e nasconde i volti, quando non corrompe le anime. E spesso non è solo chi lo usa, ma anche chi lo combatte, a subirne le orrende piaghe.

Ecco il momento che era stato previsto. Tutto può essere negato alle anime che attraversano questo mondo. Anche l’amorevole sguardo degli dei. Quali oscuri abissi può raggiungere la solitudine? Ora abbiamo una risposta: quelli del Nulla, ove dimorano le anime affidatesi ad un bieco amore fatto di potere e viltà. Non c’è amore nel desiderio di potere. Non c’è Fede nel conseguire la capacità di corrompere il mondo, come un morbo che non conduce alla morte e condanna ad un’eternità d’oblio e di follia.

Ad un uomo può davvero essere negata l’ancora della Fede?

Una Promessa

Unitevi guerrieri, stringetevi al cuore dei sacerdoti ed all’ingegno dei maghi, poichè dura sarà la vostra vita, quando voi stessi sarete i vostri dei.”

Maestro Dimitrios da Hildebrand
Sacerdote di Lhyra


E cosa potrebbe guidare gli uomini sulla loro via quando non c’è risposta alle loro preghiere, e le loro invocazioni cadono nel Nulla? Cosa, se non l’amore degli Dei, può spingerli alla salvezza?
Anche la disperazione tace, anche il dolore è sordo alle urla, anche l’odio finisce per spegnersi, in quella solitudine. O per rivolgersi agli Dei stessi, che per loro stessa natura non sono capaci di vedere ciò che non conoscono.

La storia si ripete. Laudian, fu preda dell’Odio quando l’avvolse l’Oblio. E s’infuriò con quelli che non potevano vedere, ingannati. Ora sono gli uomini che si rivoltano contro gli stessi uomini, quando l’Inganno del Nulla copre i loro volti. E’ mai finita l’Era delle Menzogne?
Gli Dei scacciano i Figli che non possono riconoscere. L’Abominio crea nuove trappole per ingannare le anime e i cuori, l’Abominio sta creando la gloria terrena, chiedendo la rinuncia allo Spirito, per essa. Ma gli Dei, pietosi, hanno fatto in modo di manifestarsi.

Questo è il momento in cui la Fede richiede dei sacrifici. Ed in cambio di poche anime, molti saranno salvati. Questa è la promessa che alcuni hanno accettato. Questa la promessa di cui alcuni si sono fatti pegno vivente. Ed è solo la Fede che guida il loro cuori, nell’accostarsi ai doni che gli dei hanno riservato ai loro Figli.
Sacri simboli riconoscibili da tutti. Vesti comuni e spoglie mortali, hanno scelto gli Dei, nell’attesa.
E quelle stesse persone capaci di urlare la loro Fede al mondo si sono trovate sole.

E sole si sono impegnate a camminare.
Quando si vede l’unità dei Dodici? Quando i Dodici che li incarnano si stringono attorno ad un tavolo, i Tomi sacri posati con fiducia reciproca su di esso.
Quando gli uomini saranno i loro Dei non saranno più lontani dai loro Figli, poiché vi cammineranno in mezzo.

Quando gli uomini saranno i loro Dei non si abbandoneranno alla disperazione, poiché conosceranno il Nulla e conosceranno Elenpos e conosceranno i loro Figli per quello che sono dietro la maschera del Nulla. E coloro che erano perduti potranno stringersi al fianco dei loro Padri, e coloro la cui anima era nascosta, potranno svelarsi agli occhi di quelli che non potevano vederli.

Cosa sono i Tomi se non una promessa? La più grande mai fatta ad Elenpos?
I Dodici hanno promesso che verranno. I Dodici hanno promesso che combatteranno al fianco dei loro Figli. I Dodici saranno in grado di aprire gli occhi sul mondo e sul Nulla.
Come Ney’m guardava Elenpos, e come Laudian l’odiava, così tutti gli Dei saranno in grado di volgere il loro sguardo benevolo sul mondo che governano.

Vani saranno gli assalti dell’Abominio quando gli Dei guideranno i loro eserciti.
Poiché gli Dei già sono al fianco dei Loro Figli e li guardano per ciò che sono, nella loro mortalità, nel loro dolore.

La Fede

Non sarà l’ignoranza la vostra colpa, anzi, più cercherete la verità, più vi saranno insegnate menzogne, fino a snaturare il senso stesso della vita.”

Maestro Dimitrios da Hildebrand
Sacerdote di Lhyra


Sopra la Verità e sopra la Menzogna solo una cosa esiste. La fiducia di un salto nel vuoto, la fiducia del sacrificio del proprio figlio, la fiducia del sonno tranquillo.
Cosa sarebbe questa vita se non un incubo, se il cuore umano non avesse certezze? A quale disperazione, a quale oblio sarebbero condotte le povere menti mortali se non vi fosse una certezza che prescinde qualsiasi Conoscenza?

C’è chi si affida alla Vita, chi all’Arte, chi alla Speranza, chi alla Legge. C’è chi si affida al Mutamento, chi alla Ragione, chi alla Sapienza, chi alla Battaglia. C’è chi si affida alla Morte, chi alla Vendetta, chi al Segreto, chi al Dolore.

Tutti coloro che affidano la propria vita ad un sentimento, ad un valore, mai dovranno smarrire la strada. La Fede nasca senza paura, il passo non inciampi laddove la Via è conosciuta. Chiarore dove ci sono tenebre. Oscurità dove c’è l’arsura. Speranza nella cecità, silenzio nella follia. Forza nel dolore, vita in ogni creatura. Pace nella morte ed Equilibrio tra tutte le cose.

Cos’è la Fede?

Come definire quel calore intimo, quella sensazione che qualcuno stia vegliando su ogni cosa. La certezza che ogni cosa ha un posto e una motivazione. La certezza che anche nel Caos c’è una Giustezza che supera i confini delle parole. La Fede è una capriola dell’anima. La gioia intima della preghiera, il desiderio di qualcosa di più grande.
La Fede è l’amore supremo che supera il vincolo del matrimonio. La Fede è l’abbandonare ogni cosa per poterla fare propria. La Fede è lasciare l’abbraccio della carne per abbracciare il mondo intero nello spirito.

La Fede è roccia salda e inabbattibile. La Fede è il canto, la fede è l’urlo. La Fede è Consapevolezza, la Fede è Conoscenza e Visione e Segreto celato. La Fede è Timore, la Fede è Legge imprescindibile e Lama potente in Battaglia e Caos senza freni. La Fede è Gioia e Pianto, la Fede è Passione sublime e Ragione inoppugnabile ed Odio violento. La Fede è Amore, la Fede è Vita e Cambiamento e Morte serena.

La Fede è l’essere mortale, la Fede è forza immensa e ardore guerriero anche nel cuore dei gentili. La Fede è Virtù, la Fede è Sentimento, la Fede è Possanza. La Fede è quell’intima conoscenza che svela l’Oscurità a chi vi si immerge, la Fede è quel Chiarore che illumina la strada di notte, la Fede è l’Equilibrio che rende gli uomini Sapienti.

La Fede è ciò che porterà gli uomini a seguire i Dodici nella battaglia per conservare questo mondo.
La Fede è tutto ciò di cui ognuno ha bisogno.

Dolore

La fede assoluta è l’unica chiave per il Caos che la Dea ci indica come cammino, la fede e nient’altro…”

Ellandra Sharia da Ferres
Vescovo di Rahs


Cosa mi ha spinto a scrivere queste brevi pagine? Il dolore.
Il dolore è la via cui è stata dedicata la mia vita. Il dolore è ciò che mi ha sempre spinta a camminare. Ciò che mi ha piegata solo per farmi rialzare più forte di prima. Il dolore è la forgia su cui la mia anima è stata battuta per divenire forte abbastanza da reggere la scelta che ho fatto per me stessa.
Il dolore mi ha resa capace di accettare il destino che mi è stato offerto. Il dolore mi ha resa capace di abbandonare i miei compagni in Elenpos. Il dolore mi ha resa capace di tradire ogni affetto caro, il dolore mi ha resa capace di vergare queste poche pagine.

Il dolore è la mia Fede.
Forse non sono una sapiente. Ma credo di conoscere la Fede. Forse non sono capace di comprendere gli intenti e i sentimenti degli uomini. Forse non sono capace di comprendere nell’intimo ognuno dei Fedeli della Dea.
Di sicuro non comprendo ogni cosa, e ne conosco ancor meno.

Ma conosco me stessa e so che è solo la Fede che mi guida.
Non le ‘mire terrene’, non la politica o la vendetta personale, non progetti che non sono miei, non affari che poco m’interessano e in cui applico quel poco di abilità che ho.

Non c’è niente per me in questi luoghi se non la certezza di dover rinunciare alla mia vita.
Non c’è che la Fede che ho da offrire. Non c’è che la certezza che posso dare.

La Dea è al fianco di tutti i Suoi Figli.



XV Giorno del Lupo, MCVII
Goglinoitz

mercoledì 6 aprile 2011

Mille realtà di vetro

Finalmente riprendo a proporvi vecchi brani e racconti. Buona lettura!


"Oggi rifletto sulle parole che non oso dire.
La mia realtà è fragile, come quelle altrui. Forse sono troppo rispettosa, chissà.
Immagino la realtà, stasera, come una pallina di vetro che un bambino tiene tra le mani. E ci guarda attraverso, spesso, come fosse un caleidoscopio. Ognuno ha la sua, e non è divertente maltrattare quella che gli altri considerano la cosa più preziosa che hanno.
L'amicizia è bella perché consente, con il dovuto rispetto, di giocare con gli altri, guardare attraverso le loro realtà senza romperle. E il tradimento di un amico provoca lo stesso male che il bambino che è in noi prova quando un pezzetto della sua adorata pallina di vetro va in frantumi.
E l'amore...gli innamorati scambiano le loro realtà, affidandosele nella fiducia reciproca più completa. Ecco perché quando l'amata muore un uomo rischia di perdere la propria vita. Perché la sua pallina si è infranta. Cosa serve per andare avanti, allora? Forse la pallina di chi ci ha amati, quel dono così prezioso, deve sostituire la nostra. E si può tornare a sorridere di tenerezza, offrendo agli altri la bellezza di ciò che si è vissuto.
Ecco perché la mia vita è dominata dall'attenzione e dal silenzio. La mia pallina ha perso qualche briciola, nel corso degli anni, e so bene cosa significa provare quel dolore che ti rende così indifeso.
È per questo che vorrei saper amare e proteggere coloro che mi mostrano la loro realtà.
Forse la mia è un'indole gentile. Forse, però, è solo pavida, presa dal timore di distruggere quelle cose così fragili e di doverne portare il peso sulle spalle.
Perché ogni briciola di vetro fine e splendente è pesante quanto interi anni di gioia e di dolore, quanto una vita intera, un ricordo, un bacio o una lacrima.
Ma i frammenti altrui che cerco di raccogliere rischiano di graffiare la mia realtà, che di tanto in tanto mi sfugge di mano e cade. Dovrei fare più attenzione, perché nonostante io possa vedere così le altre realtà una sola è la mia, e custodirla è il mio primo compito..."

lunedì 21 febbraio 2011

Linwen Laurelfin di Ys (studio)

(ecco uno studio fatto su Laurelfin per la creazione di un nuovo PG)

"...cosa sono adesso?

Molto tempo fa sono stata una servitrice del mio regno, mai riconosciuta. Ho dimenticato la mia nobiltà, col tempo, adattandomi al mondo, ai mondi in cui sono capitata. Uniformandomi, a volte. Altre volte distinguendomi nettamente. Ho imparato a sopravvivere, ho imparato a non dover combattere, ho imparato a stare, mio malgrado, lontana dai guai, senza risolverli quando non mi riguardavano direttamente. Tutto con poche persone al mio fianco, costantemente lontane da me eppure presenti nella mia mente. L'unico legame col mio mondo, un mondo che mi aveva già sacrificata una volta. Per amore di qualcosa più grande del mio popolo ho raggiunto il mio scopo. Ma il mio mondo era ancora troppo orgoglioso per accettarmi, così sono fuggita via di nuovo, mantenendo un profilo basso. Sono passati gli anni, e la mia vita è diventata 'normale'. Ho due figli e un compagno. La mia casa è un punto d'incontro tra le dimensioni, sono di nuovo stimata e il mio consiglio è richiesto in terre lontane. Ma cosa sono diventata?
Un tempo usavo librarmi tra le fronde degli alberi, crogiolandomi al sole come una rondine. Comandavo il Vento ed i suoi spiriti, ero potente e mi sentivo libera di fare ciò che volevo. E ora?
Ho ottenuto tutto ciò che si potrebbe ottenere, dalla vita, e la prospettiva che ho è di vivere molto a lungo. Ma quello che ho mi basta ancora? Posso passare il resto della mia lunghissima vita a cucinare dolci per i miei ospiti? Posso davvero farlo, dopo aver passato quasi due secoli a inseguire un sogno ed imparare nuovi modi di tessere la magia?
No...credo proprio di no. Ho bisogno di cambiare. Ho bisogno di essere di nuovo me stessa. Ho bisogno di una nuova sfida. Di nuovo sola, di nuovo in pericolo. Sento sempre più chiaro il richiamo del Portale. Mi ha sempre affascinato. Un nuovo brivido ogni volta che mi avvicinavo. Sentivo il richiamo di quello spazio segreto, un tremito nell'essenza della mia anima che mi richiamava. Ogni volta poteva essere quella giusta...o quella tremendamente sbagliata. Sono stata vicina alla fine precoce dei miei giorni, perchè non tutti i mondi sono in pace. Non tutti i mondi hanno un cielo azzurro in cui perdersi. Non tutti i mondi hanno linee di potere cui attingere. No, ci sono pericoli di ogni genere e...finora sono sopravvissuta. Perchè fermarmi? Ma stavolta mi spoglierò degli abiti nobiliari, quelle vesti ingombranti ed inutilmente lunghe. Stavolta ho intenzione di combattere per me stessa. Sarà una nuova nascita, un nuovo battesimo del fuoco."

mercoledì 10 novembre 2010

A 4 mani

Un piccolo esperimento che prima o poi era decisamente dovuto. Io apro il post. Ora a te la palla, cara la mia falena!

martedì 19 ottobre 2010

La Terza Luna

La Terza Luna

I

Quando mi svegliai, quella sera, mi sembrò di essere nel posto sbagliato.
Ero nel mio letto. Intorno a me i letti vuoti delle mie Sorelle mi dicevano chiaramente che ero in ritardo. Con calma mi alzai e, senza guardarmi nemmeno una volta nello specchio, indossai i soliti abiti…e cos’altro avrei dovuto indossare?
Uscii dal dormitorio, fuori nella notte. Palme e banani e fiori colorati brillavano nella luce delle torce. Il profumo della resina bruciata dalle torce riempiva l’aria del villaggio.
Nessuno fece caso a me, che mi guardavo attorno come se improvvisamente tutto fosse nuovo, estraneo, come lontano da me. Sfiorai con la mano la corteccia di una delle Palme, mi guardai indietro e vidi che tutto era come ogni notte li. Le abitazioni di legno erano illuminate dalla luce delle fiaccole profumate, gente vestita di ogni colore girava per le strade parlando ad alta voce e ridendo senza nessuna vergogna.
Senza fretta raggiunsi la lunga scalinata che mi avrebbe portata nella piazza del Tempio, sentivo la voce del Primo Sacerdote scandire le parole di una delle Invocazioni finali. Avevo perso il Rito del Risveglio. Alzai gli occhi al cielo, era tardi. Una delle Lune stava per tramontare, la Seconda era già alta nel cielo.
Arrivai comunque in cima, spinta da uno strano istinto, semplicemente sapevo di doverlo fare. Durante il percorso incrociai lo sguardo di alcuni fratelli, che mormoravano le parole della preghiera. Pochi di loro sembrarono accorgersi della mia presenza.
La Fiamma Sacra ardeva di fronte al Primo, che cantilenava con gli occhi chiusi e le braccia tese verso il cielo. La tunica bianca risplendeva del rosso del fuoco, la scarlatta fascia sacerdotale scendeva oltre il petto, immobile, i pesanti ornamenti d’oro ammiccavano in scintillii scarlatti verso la folla di Sacerdoti e sacerdotesse li riuniti.
La serata era tranquilla, non sembrava esserci nulla di strano, o almeno non negli altri.
Quasi improvvisamente un brivido percorse la folla, sguardi nervosi vennero gettati verso le montagne. Mi strinsi nel maglione di lana dello stesso blu del mare, un po’ sbiadito dall’uso, che indossavo sopra la tunica azzurra. Nella piazza molte Sacerdotesse, come me, indossavano abiti della stessa fattura, le tuniche, semplici e grezze, erano di varie tonalità che andavano dall’azzurro scuro fino al grigio, passando per ogni colore che il cielo assume nella giornata.
Riflettendo sui Misteri del giorno, mi voltai verso le montagne, guardai le scure sagome appuntite dietro le quali il cielo era rischiarato dalla Terza Luna. Il vento gelido e cattivo che sempre la accompagnava mi artigliò il collo, insinuandosi nella veste ed arrivando sin nelle ossa, solleticandole e pungolandole fino a farmi lacrimare gli occhi. Con il cervello annebbiato da quell’improvviso quanto impossibile dolore (perché dolore era, lo sentivo nell’anima, come un intruso sgradevole e sadico) mi allontanai dalla piazza. Prima che potessi rendermene conto stavo fuggendo. Forse dalla folla di Sacerdoti, che continuavo ad urtare, forse dalla luce del fuoco sacro, forse dalle Lune che mi guardavano ghignanti nel cielo…ridevano di me?
Ma in quel momento sapevo dove andare.
II

Uscendo dall’acqua mi riempii i polmoni dell’aria calda e umida della stanza. Solo candele, grandi candele bianche, illuminavano quella stanzetta, piena del vapore proveniente dalla vasca in cui ero immersa e del silenzio delle donne che mi guardavano.
Nuda, ero appena rinata. Nuda, ora ero di fronte a loro, potevo uscire orgogliosamente dall’acqua e presentarmi, sebbene la mia non fosse stata una scelta. Loro mi guardavano, senza dire nulla. Due giovinette con i visi pallidi solcati da profonde occhiaie scure mi avvolsero in un grande telo bianco. Senza alzare lo sguardo sulle mie osservatrici mi concentrai sulla sensazione del tessuto morbido sulla mia pelle, osservai la trama perfetta del telo, e il bianco che ormai non vedevo da anni.
Mi asciugai con calma, respirando profondamente, cercando di non essere sopraffatta da quel vapore che, pur scacciando le fitte di gelo nelle ossa, minacciava di annebbiarmi i pensieri. Poi, traendo un ultimo respiro regolare, alzai lo sguardo e lasciai cadere il grande telo a terra, rimanendo ferma davanti a Loro. Erano vestite tutte di bianco, nessuna esclusa. Molte leggende mi erano state raccontate, ma non credevo che corrispondessero a verità. Bianche, incredibilmente belle, tutte contrassegnate dagli stessi due segni: i capelli biondissimi e il tatuaggio al centro del petto.
La mia pelle era ancora bianca, e così quella delle novizie, ma sapevo che ormai, dopo quel momento, nulla sarebbe potuto tornare come prima.
Una di loro, mi sembrò la più bella, così perfetta nell’aspetto e leggiadra nel movimento, si staccò dalle altre, facendo due passi verso di me.
-Lauviah, sai chi siamo?-
Chinai il capo, dolce il suono di quel nome. Forse una parte di me lo conosceva. La voce che lo aveva pronunciato era morbida, calma e risonante, autorevole e quasi secolare. Non avevo mai sentito nulla di simile, tra le mie sorelle.
Lauviah. Avrei dovuto dimenticare il vecchio nome, così aspro e duro alla pronuncia.
-Si, Signora. Mi è stato detto.-
La donna mi scrutava, sentivo il suo sguardo severo sul collo.
-Accetti di essere qui, di donarti a questo luogo e di farti portatrice dei Misteri Splendenti?-
-Si, Signora. Lo accetto.-
Una mano mi prese delicatamente il volto, le due giovani di prima mi stavano porgendo una veste che risplendeva dello stesso bianco. Solo ora notai che la donna che mi era di fronte indossava una catena d’oro e degli ornamenti della stessa fattura di quelli del Primo Sacerdote.
Mi vestii, le vesti morbide e lisce, così diverse dalla lana grezza e ruvida che avevo indossato fino a quel momento, sembravano fatte apposta per il mio corpo, scendevano in delicati panneggi sulle mie curve, esaltandole, non nascondendole come avevano fatto le informi tuniche azzurre.
Tirai un sospiro profondo, poi rialzai il capo e sistemai in una comoda crocchia i miei capelli, biondi anche loro e lisci come la preziosa seta di cui ero vestita. Lasciai ricadere le braccia lungo i fianchi, ero pronta.
Loro uscirono in una fila silenziosa davanti a me, rimasi sola con le due ragazze, che mi fecero strada lungo corridoi completamente bui fino a raggiungere una stanza, buia anche quella. Mi portarono ad un letto, morbido e già caldo, poi mi accorsi di essere rimasta sola.
E per la prima notte della mia vita dormii un sonno profondo e caldo, racchiusa in un bozzolo di seta fine e pregiata, senza ascoltare il respiro di altre persone attorno a me.
III

Il mio risveglio fu accolto da un insolito e quantomai confortante tepore, ricordo che la prima cosa che mi colpì fu la morbidezza delle lenzuola sulla pelle.
Nessuno che mi chiamava, nessun ritardo, non stavolta.
Mi alzai con calma, stiracchiandomi ancora avvolta da quel languido torpore che accompagna il sonno senza sogni e senza bruschi risvegli. Scossi dolcemente i capelli, morbidi e caldi sulla mia pelle, passai le mani sul volto e sul collo per svegliarmi.
Sentivo con chiarezza ogni più piccolo rumore, come se l’essere lontana dall’odore di resina bruciata mi avesse conferito un secondo livello di vista.
Senza rendermene conto cominciai a chiedermi se le mie Sorelle rimaste nella Notte avrebbero avuto la stessa reazione ad un cambiamento simile, e mi accorsi che non mi importava poi molto.
Misi i piedi giù dal letto, provando un piacevole brivido al contatto del freddo pavimento. L’aria della stanza era calda e leggermente profumata, non c’era odore di torce di nessun tipo, eppure un piacevole e delicato profumo si spandeva nell’aria.
Mi guardai attorno, socchiudendo gli occhi alla tenue luce che sembrava provenire da una fessura della parete, e mi accorsi di non essere sola.
-Vedere il primo risveglio nel Giorno di una nuova Accolita è sempre qualcosa di molto intimo…sei bella, Lauviah, lo sapevi?-
Arrossii involontariamente sotto quello sguardo. Era la bellissima donna che avevo identificato come Somma, che sedeva su una morbida poltrona illuminata da quella Luce dorata e chiarissima. Le risplendeva tra i capelli, acconciati in una morbida crocchia, con lunghi riccioli che scendevano sulla fronte rosea e per nulla pallida come era stata la mia.
E l’avrei ricordata così per gli anni a venire, seduta nella Luce, splendente di quell’arcana gioia che ancora non comprendevo.
Abbassai lo sguardo, e sentii chiaramente i suoi movimenti. Venne verso di me e piegò un ginocchio abbassandosi con grazia per incrociare il mio sguardo. Il suo sorriso era la cosa più bella che avessi mai visto, aveva qualcosa di luminoso che riusciva a commuovermi ogni volta che lo guardavo.
Mi prese gentilmente la mano, invitandomi ad alzarmi. Il mio cuore batteva più velocemente del normale, quella pelle era come la seta delle lenzuola, e poi era così calda…
Chiusi gli occhi per un momento, poi mi alzai seguendola.
-Signora…dove stiamo andando?-
Chiesi dopo aver attraversato dei corridoi bellissimi, con statue che ritraevano leggiadre fanciulle e i loro uomini. Tutto era avvolto di quella luce tenue e bellissima, che entrava nei miei occhi riscaldando ogni parte di me.
La Somma non rispose, ma vidi che stava sorridendo. Mi condusse avanti ancora per un poco, poi si fermò davanti ad una porta con intarsi stupendi. Mi guardò, poi aprì la porta.
Non ero preparata ad uno spettacolo simile. Eravamo sulla montagna, davanti a noi un sentiero scendeva fino alla sua base. E davanti a me c’era il cielo. La vista si annebbiò, lacrime di stupore e di felicità mi bagnarono le guance. Il cielo era azzurro chiarissimo, profondo e brillante.
E nel cielo brillava una palla di fuoco, la fonte di tutta quella Luce.
-Benvenuta nel Giorno. Il Sole ti saluta, piccola mia.-

IV

Per la prima volta vedevo la Luce , capivo cos’era il buio che aveva sempre avvolto la mia vita.
Per la prima volta sentivo un calore naturale e vedevo il colore delle cime degli alberi.
Quel paesaggio era sempre stato la, aspettando solo che io mi svegliassi al momento giusto. E non lo avevo mai visto. Quella luce bianca e metallica che aveva sempre illuminato la mia figura me lo aveva nascosto, quella stessa luce che aveva sempre mantenuto così dilatate le mie pupille, pronte a raccogliere il più fievole raggio, il più fievole contorno.
Era proprio questo che afferravo, prima: i contorni. E non le trame, i colori, se non quelli illuminati dal rosso delle torce e dal bianco delle Lune. E cos’erano quelle figure per me se non ombre? A cosa mi serviva distinguerle, se ora, ad appena un giorno dal mio risveglio in questa Luce, mi accorgevo di non aver mai riconosciuto i lineamenti, mai le sfumature della pelle, mai le espressioni dei volti, spesso indistintamente fredde, spesso nervosamente cangianti nella mutevole luce di una fiamma, calore fittizio, piccola scintilla di una luce che brillava altrove.
E questo calore, la pelle che si tinge leggermente di rosso, che brucia facendo scorrere brividi in tutto il mio corpo. Le vesti bianche che, sottili, sfiorano quel bianco velo che mi ricopre, il tessuto fresco in così dolce contrasto col calore della carne.
È questo contrasto, la possibilità di sperimentare il vento fresco sulla pelle ed allo stesso tempo il calore dell’Astro.
E Lui. Ne sono già innamorata, come potrei farne a meno?
Una volta sola l’ho visto nascondersi dietro le montagne, e quell’unica volta ho pianto, tanto forte era il desiderio di continuare a vederlo. Lasciandosi dietro una linea di sangue vermiglio, Lui è scomparso, lasciando me sola.
Ma non ho voluto incontrare la Notte , non di nuovo. E l’attesa del Giorno è stata dolce come nient’altro, piena di immagini e visioni, ore durate un solo momento, a sua volta durato ore. Poi qualcosa mi ha chiamata, svegliata, ed in ginocchio ho assistito al miracolo del Giorno.
La nascita del Sole dall’acqua, sua madre. Il tenue rosa, come pelle di neonato, mutato poi in fragile fior di pesco, ed infine in Luce pura.
In ginocchio, a braccia aperte ho aspettato il Suo caldo abbraccio. Ed è arrivato.
Ho saputo che questo è il mio posto e che il mio volto, che ho veduto per la prima volta riflesso in fine argento, è destinato a raccogliere quei raggi, a portarne i segni.
Tanta bellezza, tanta luce. Un dono, e nient’altro.
Posso ripensare al mondo di Notte in cui vivevo fino a poco tempo fa, posso ricordarlo, ma non posso rimpiangerlo. L’assenza di tutto ciò che qui è espressione di Vita mancava, niente era certo, tutto immerso in una polla d’oscurità che feriva l’anima.
Una lama argentea, ecco cosa mi ha trapassato il cuore, in quell’ultima sera. Quella Luce infine fu vera lama, metallica quanto il ferro forgiato nella Notte, creato per ferire, non per adornare vesti e corpi. E quella lama non ebbe pietà, calò sull’anello debole, perché questo ero: non sopportavo più il freddo, l’oscurità e quella parvenza di vita che la Notte riserbava ai suoi adepti, con i loro riti, le loro cantilene volte all’intorpidimento dei sensi e della mente, le loro poche, vuote parole che cadevano nelle strade notturne come pesanti macigni.
Ma ora l’azzurro del cielo mi ha liberata.

mercoledì 8 settembre 2010

Tramonto rosso

Scusandomi per l'attesa, vi regalo un Inizio scritto quest'inverno in metro, tratto Circo Massimo-Termini. Buona lettura!

Tramonto rosso

Nel giorno che oggi conosciamo come quello del Tramonto, che precedette la fine della sua eternità, Roma fu bella come mai lo era stata. La morte della città eterna non fu brutale e catastrofica. O spettacolare come quella di molte altre, che si erano spente come può spegnersi un fuoco d’artificio: “col botto”.
No, la fine di Roma fu quella silenziosa e pacifica di un malato terminale. Con due o tre colpi di tosse insanguinata, magari, di cui pochi si accorsero prima che fosse troppo tardi.
Per fare qualcosa, dite?
Oh, no. Certo che no: nessuno avrebbe potuto impedire niente di quello che venne dopo.
Troppo tardi per mettersi salvo, intendevo.
E’ un dato di fatto che le città abbiano una vita e uno spirito. Prendete ad esempio Monasterace, in provincia di Catanzaro. Quest’anno, come ogni anno, il mare se n’è portato via un altro pezzetto. Se la conosceste potreste immaginare il suo spirito come quello di un signore anziano, con la pelle resa coriacea dal sole e dalla fatica, i capelli bianchi, corti, incrostati di salsedine, con una canottiera bianca e zoccoli di legno ai piedi rovinati. Un signore che fa fatica ad andare avanti e che non sa nemmeno cosa sia un cinema. Abbastanza facile da immaginare, no?
Premesso questo, potete immaginare lo sconcerto di chi era in grado di scorgerlo nel vedere lo spirito di una città come Roma, eterna e bellissima, decadere, lottare contro i suoi figli e quindi ammalarsi -forse di delusione- per poi cominciare a morire lentamente. E la disperazione di riconoscere un rantolo di morte, prima della fine. Come vedere quel grumo di sangue sputato sul fazzoletto bianco.
Io lo so. Io c’ero. Io l’ho vista morire, quella bellezza di città. Come sono scampata?
Facile: ero su un treno che mi stava portando via da lì. Sono stata fortunata, in un certo senso. Ma in fondo aver visto morire una cosa così grande, così antica e potente, mi ha segnata per sempre.
Se sto scrivendo queste parole, se sto raccontando tutto questo, è perché non voglio che accada di nuovo, benché comprenda perfettamente che probabilmente sta già succedendo altrove, come una malattia che dilaga, non solo in questo paese maledetto.
Ma i giornali non ne parlano. Come potrebbero farlo? Esiste qualcuno di così folle da scrivere un coccodrillo per la propria città natale, in previsione del suo “spegnersi circondata dall’affetto dei cari, dopo lunga e sofferta malattia”?
No. Certo che no. Quindi eccomi qui a raccontare la sua storia.

lunedì 30 agosto 2010

Il vecchio cinema Harlem

L’estate, nella periferia Nord di Roma, nella vecchia Labaro, ha un odore molto particolare. D’estate, chiudendo gli occhi, si potrebbe immaginare di essere tornati indietro nel tempo e di non essere a venti minuti dalla grande Roma. L’estate, qui, ha ancora quell’odore dolce e un po’ passato degli alberi di fico che spuntano ad ogni angolo insieme ai rovi. L’odore polveroso dei rovi ai lati della strada racconta ancora di bambini inzaccherati che si tuffano nei campi con le loro biciclette e i pantaloni corti. A volte non ci si pensa, ma la grande Flaminia corre per la maggior parte parallela al nostro Tevere, e l’estate prende anche l’odore umido e stagnante del fiume, che all’inizio e alla fine del giorno, quando il sole gioca sull’acqua rendendo ogni increspatura uno specchietto dorato, sembra quasi perdere il caratteristico colore verde-marrone torbido e denso che ha preso negli ultimi secoli. Strano a dirsi e a vedersi, ma a pochi metri dalla strada, in mezzo alle canne e ai copertoni di macchina troppo sfatti per essere raccolti dai Rom, ci sono ancora anatre, aironi e nutrie, anche se qualcuno sospetta che le nutrie siano solo grossi topi e che i Romani abbiano un po’ lasciato correre la fantasia. Guardando oltre il fiume, poi, con l’odore dei fichi intorno e il frinire delle cicale che riempie l’aria calda, si riesce quasi ad ignorare il traffico, i treni e i grandi cavalcavia del Grande Raccordo Anulare. Si dimenticano per un attimo anche i bidoni e gli ombrelli rotti, nonché gli stracci abbandonati a testimoniare la presenza recente di un campo Rom, probabilmente abbandonato in fretta e furia una di queste notti. Si, ignorando tutto questo lo sguardo si può perdere in un passato faticoso, abusivo e rurale, fatto di mattoni, canneti e campi sterminati, a guardare i resti pacifici dei grandi edifici delle vecchie fabbriche. Quando gli abusivi erano i lavoratori di fabbrica italiani che avevano a che fare con gli alleati, che fumavano, si ubriacavano ed erano molesti quanto gli attuali extracomunitari. Poi dicono che la storia non si ripete.

I padri dei giovani del quartiere raccontano ancora di come le loro nonne che lavoravano in quelle fabbriche, cuocendo mattoni, tornassero tardi a casa, dei pasti poveri e delle giornate passate a pescare giù al fiume, a cercare rospi da far esplodere sui binari, sotto le ruote del treno. Sembrano racconti d’altri tempi, tempi in cui i Colli d’Oro erano davvero dorati da Marzo a Giugno, completamente ricoperti di fiori di mimosa. Gli stessi tempi di sfortunate corse tra i rovi, inseguiti dai cani pastore o proprio dai pastori armati di bastone, sperando di tornare indietro con una manciata di more da mangiare sul muretto con gli amici, tempi in cui la notte i ragazzi facevano gare di coraggio uscendo dal vecchio cinema Harlem, perché bisognava attraversare i campi e la pineta, per tornare a casa.

Ah, il vecchio Harlem. Se gli scheletri delle fabbriche fanno buona compagnia alle rovine romane, morti silenziosi nelle loro tombe all’aperto, il vecchio cinema è un fantasma irrequieto, pieno di ricordi e vivo sotto gli sguardi di tutti quelli che vi passano davanti. Il vecchio cinema è il nostro ascoltatore ideale. Dopo aver raccontato storie d’orrore fino a morirne è in grado di giudicare con imparzialità tutto quello che sta per abbattersi sul quartiere, un piccolo angolo della città più grande d’Italia. I protagonisti di questa storia potrebbero essere i figli di quei padri che hanno avuto gli incubi dopo aver fatto la conoscenza del vecchio Freddy Krueger nell’unica sala del cinema di quartiere. O forse il protagonista è proprio il vecchio cinema, che farà da palcoscenico designato e spettatore silenzioso, i vecchi infissi polverosi socchiusi come occhi stanchi nell’afa estiva. Chissà se il poveretto, tra assi e graffiti che decorano i suoi occhi, ci veda ancora così bene.